Un sistema che affida la cura delle piante quasi soltanto alla natura. Siamo andati a vedere l’esperimento fatto dall’azienda Mati, che per un decannio ha coltirvato 160 metri quadrati con specie commestibili e utili per l’ambiente. In edicola, come ogni febbraio, in allegato a Gardenia il nostro Speciale Orti con la guida ai corsi di permacultura.
Negli anni Settanta, in Australia, Bill Mollison e David Holmgren teorizzarono la permacultura, da permanent agricolture. Un sistema dove piante e animali sono lasciati crescere in armonia e l’agricoltore interviene sporadicamente, lavorando “con la natura”, piuttosto che “contro”. Non più, quindi, la tradizionale monocoltura, metodo che prevede la semina e il raccolto della stessa specie anno dopo anno, con il conseguente impoverimento del terreno e la necessità di difendere le piante dagli attacchi di crittogame e insetti con prodotti nocivi, ma associazioni biodiversificate sempre presenti, dove le piante svolgono funzioni diverse: nutrire l’uomo e gli animali, coprire e fertilizzare il terreno, proteggere gli insetti.

Permacultura: l’orto-giardino dell’azienda Mati 1909
Molti e in tutto il mondo ormai si cimentano con questa tecnica e tra questi non poteva mancare Andrea Mati, titolare assieme ai fratelli Francesco e Paolo dell’omonima azienda agricola pistoiese. Da sempre sensibile ai problemi ambientali, Andrea ha deciso di sperimentare, all’interno del vivaio, un orto-giardino coltivato secondo i princìpi della permacultura.
La zona scelta è stata lavorata a fondo, incorporando letame e scarti verdi dell’azienda, come erba tagliata e rametti potati. Quindi è stata lasciata riposare per un paio di settimane, durante le quali la pioggia è caduta in abbondanza. In febbraio-marzo, definite le aiuole e i sentieri con polvere di gesso, è stato interrato al centro un piccolo bacino destinato a raccogliere acqua piovana per l’irrigazione.
Attorno, sono seminate graminacee calpestabili come gramigna (Cynodon dactylon) e festuca (Festuca calva). Sono poi disposti a raggi, alberi da frutto con ortaggi classici da riseminare ogni anno. L’angolo a nord-ovest, dopo la piantagione di corbezzoli, susini e cachi, che sostengono uva da tavola, e di alcune Acca sellowiana allevate ad alberto che supportano kiwi e luppoli, è stato lasciato a se stesso. Una scelta fatta per proteggere i piccoli animali e fornire se necessario terriccio di foglie da spargere in altre zone.

sulla pianta – Foto di Matteo Carassale
L’estetica non è uno dei principi fondamentali
A nord, per creare una barriera efficace contro il vento di tramontana, un filare di grandi olivi preesistenti è integrato con arbusti di nocciolo e corbezzolo ed erbacee perenni come Tanacetum vulgare, consolida maggiore (Symphytum officinale), Achillea Millefoliume Rumex crispus. A est, poco distante da un gruppo di aiuole a semicerchio di ortaggi e piccoli frutti, un boschetto formato da lecci, roverelle, frassini e gelsi, protegge dai venti di levante e produce ottima lettiera da compost. «Abbiamo cercato scrupolosamente, anche nei cataloghi stranieri, piante dall’elevato contenuto vitaminico e proteico», racconta Margaux D’Afflitto, tra gli artefici del progetto. «Alcune, come Viola cornuta, Dianthus, Canna ‘Purpurea’, ninfee e Salvia elegans ‘Scarlet Pineapple’ sono ornamentali oltre che commestibili. L’aspetto estetico, tuttavia, non è stato mai uno dei princìpi fondamentali».
Nell’orto, tra le erbacee perenni messe a dimora arrivano di continuo numerose erbe spontanee. Ma in permacultura non si parla mai di infestanti: esistono solo piante “pioniere” utili per arricchire e coprire il suolo, attirare gli insetti, sfamare gli animali e creare rapporti di aiuto reciproco tra piante vicine.
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