A Cannes il paesaggista francese Jean Mus ha ridato vita al giardino che fu di Pablo Picasso, sovrapponendo alle pacate atmosfere della tradizione l’irruenza teatrale di una flora nuova.
Sulle alture di Cannes, tra le storiche ville della Californie — come è chiamata questa collina riparata e lussureggiante che guarda le isole di Lerins —, c’è una piccola giungla molto ben addomesticata. Tutto è lindo e inappuntabile, con la casa inizio secolo, le pavimentazioni chiare, i prati verdissimi e la grande piscina, tutto nel più perfetto stile Costa Azzurra, ma non stupirebbe se d’improvviso una tigre sbucasse tra i foglioni delle monstera (Monstera deliciosa). Una natura selvaggia ed estraniante, degna del più onirico quadro di Henri Rousseau, se ne sta buona nei suoi perimetri: libertà e compostezza convivono magnificamente nel giardino che il celebre paesaggista provenzale Jean Mus ha creato per Marina Picasso appena quattro anni fa.
A quell’epoca la villa, dove Pablo Picasso abitò e lavorò per parecchi anni, languiva sotto il peso della sua storia e il giardino, verso cui il pittore non mostrò mai speciale interesse, reiterava senza slanci parterres di fioriture stagionali. Marina Picasso, nipote di Pablo e figlia di Paulo, è voluta ripartire da qui, da ciò che meno legava il posto al suo glorioso ma impegnativo passato, e attraverso le piante traghettarlo nel presente e soprattutto in un futuro a misura dei suoi nuovi abitanti. Il Pavillon de Flore, come è stato significativamente ribattezzato, è ora un “vero giardino”, ci dice Marina, vivo e vissuto, strabordante ed eclettico, con una personalità che prende il sopravvento sulla casa.
Trionfi di vegetazione esotica — Strelitzia e Cycas così fitte da sembrare già naturalizzate — rimandano all’epoca d’oro dei giardini della Costa Azzurra, al loro spirito accogliente e cosmopolita. «È come se dai quattro angoli del mondo le piante si ritrovassero qui in una grande festa», commenta Jean Mus, con il quale abbiamo avuto il privilegio di visitare il giardino. E, come in una festa, allegria ed esuberanza regnano sovrane.

Scenari inaspettati
Il piazzale d’ingresso basta a spiegare. Jean Mus si mette al centro e mima la creazione di questa mirabolante scenografia: quattro ore in cui, come un direttore d’orchestra, ha guidato una schiera di giardinieri in un posizionamento millimetrico. La metafora musicale torna spesso nei suoi discorsi, perché fare giardino per lui significa comporre un’armonia. Cinguettii e refoli di mistral paiono confermare. Là, nello scuro di vecchie magnolie, ecco le fronde leggere delle Dicksonia, le canne di Hedychium coronarium e H. gardnerianum nelle chiazze di sole e aralie e Viburnum lucidum a schiarire le penombre. La trama è tutta giocata su variazioni di foglie e di verdi e i fiori sono una presenza continua ma discreta: proprio ora i sottoboschi di calle tolgono il fiato senza clamore. Attraverso uno stretto passaggio tra pitosfori nani non potati — una costante dell’intero giardino sintetizzata da Mus nella formula “nature au naturel” —, arriviamo sul fronte della villa, il palcoscenico da cui un tempo si dominava il mare.

Nulla è scontato, neanche i prati
Quando negli anni Sessanta la vista venne brutalmente amputata da moderni condomini, Picasso preferì trasferirsi a Mougins. Oggi restano due scorci, ma nel complesso è un giardino chiuso, che per necessità guarda su se stesso. La premessa del progetto, concreta e ideale, è stata l’assoluto rispetto degli alberi esistenti: «Un giardino non è mai un capriccio, il luogo ci dice cosa fare», proclama Mus. Pini domestici, mimose, sughere contorte e mastodontici eucalipti riparano i confini e con le loro zone d’ombra e radici hanno dettato la conformazione del giardino. La maestria, in un contesto tanto stringente, è stata quella di lavorare sottochio ma dilatando le profondità, chiudendo dove serviva, aprendo prospettive dove era possibile ed esaltando al massimo i contrasti di forme e luce. Così l’assolato bordo intorno alla piscina — erigeron, euforbie e agapanti in primo piano, teucrium, Westringia fruticosa e Myrsine africana nelle retrovie — non lascia neppure immagi- nare il mondo di chiaroscuri alle sue spalle.
La successione ormai un po’ casuale dei vecchi tronchi è stata scandita da gruppi di farfugi, mirti e Metrosideros; in posizione ben drenata, a monte di un pendio, sfilano le preistoriche dracene, mentre al riparo del terrapieno, in una radura soleggiata, trovano posto gli agrumi. Nulla è scontato, neppure i prati. Quelli velluta- ti e irrigati sono ridotti al minimo (ma non eli- minati perché qui non valgono retoriche e li si apprezza vicino alla casa), mixati con Dichondra repens dove è meno luminoso; al piede di alberi e arbusti si allargano invece spessi tappeti di Zoysia tenuifolia, che evitano sprechi d’acqua e preservano da marciumi.

Piante da tutto il mondo nel giardino che fu di Pablo Picasso
È solo un esempio dell’approccio intrinsecamente giardiniero di Jean Mus, abituato a plasmare i luoghi più con la ricchezza botanica che attraverso soluzioni di design. Persino il piccolo giardino orientale è una suggestione mai troppo calcata, un garbato rimando alla terra d’origine di tre dei cinque figli di Marina Picasso, adottati da bambini in Vietnam. Aceri palmati, bambù a stelo giallo (Phyllostachys aurea), peonie e le enormi foglie della colocasia che risplendono controluce accompagnano con naturalezza verso uno spiazzo di sabbia ben rastrellata e un padiglione rosso dal tetto a pagoda, disegnato da Mus.
Così, tra acanti e felci di Boston (Nephrolepis exaltata) che si moltiplicano ovunque, tra inebrianti sarcococche e gelsomini che cominciano a uscire fuori dai ranghi,questo giovane giardino ha già ritrovato tutta la sua art de vivre.
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