Lo storico Vivaio Anna Peyron, noto per la collezione di rose antiche, da alcuni anni coltiva le Damascene non solo per giardini e terrazzi, ma anche per ricavarne i preziosi oli essenziali, apprezzati fin dall’antichità. Dopo le prove casalinghe, ora i cosmetici, naturali e innovativi, sono prodotti in laboratorio.
Anna, Saskia e Soledad: la storia, il presente e il futuro del Vivaio Anna Peyron, sulle colline torinesi, ben noto al pubblico degli appassionati di piante e giardini. Alla prima dobbiamo la reintroduzione in Italia, all’inizio degli anni Ottanta, delle rose antiche, le Roses du Temps Passé, come ha intitolato la sua preziosa collezione, in seguito accompagnate da vecchie ortensie, clematidi, bulbi da naturalizzare e altre piante rare o dimenticate. La seconda, Saskia Pellion di Persano, sua figlia, le si è affiancata negli anni, sviluppando con il marito Vincenzo Gastini, architetto, anche la progettazione di giardini e terrazzi, già avviata da Anna, e ora conduce l’attività. Infine, la terza generazione: Soledad Gastini, bella e solara come la sua giovane età. A unirle, la passione, l’attenzione per il giardinaggio sostenibile e la simpatia. Sette anni fa, Saskia e Vincenzo, con i cognati Martino Pellion di Persano e Manuela Savia, intraprendendo una nuova avventura: la coltivazione di rose Damascene per la raccolta dei fiori e la produzione di cosmetici ottenuti dalla distillazione e macerazione dei loro petali.

Rose alleate della pelle
“Fin dall’antichità la rosa è considerata un prezioso alleato della pelle“, spiega Saskia. “Il suo olio essenziale ha proprietà rinfrescanti, tonificanti, lenitive ed emollienti. Le varietà che ne sono più ricche sono le rose Damascene e le Centifolia, ancora oggi coltivate a questo scopo, senza concimi chimici e pesticidi, le prime in Bulgaria e Turchia e le seconde a Grasse, in Provenza. I Romani, così come i Persini e gli Egizi, le consideravano simbolo di potere e successo e ne utilizzavano petali e fiori in cosmetica e profumeria, per aromatizzare il vino come ornamento floreale durante festini e cerimonie”. L’idea di cimentarsi con questo tipo di produzione nasce per caso: “Avevamo ricevuto un grosso ordine di piantine di Damascene da un agricoltore siciliano che voleva reintrodurle a Paestum, nella valle del Sele, dove all’epoca della Roma imperiale erano coltivate in vasti campi”, racconta Saskia.

Coltivazione scopo cosmetico
Le origini di queste rose si perdono nella notte dei tempi, ma secondo gli studi più recenti le prime Damascene derivano da incroci fra Rosa gallica e R. moschata, mentre le Centifolia da ibridazioni di Galliche e Damascene. “Purtroppo l’agricoltore siciliano è venuto a mancare e noi ci siamo ritrovati una marea di piantine senza sapere che farne. Durante una cena di famiglia”, continua Saskia, “abbiamo avuto l’idea di tenerle noi e coltivarle a scopo cosmetico. Mia cognata Manuela ha fatto molte ricerche, abbiamo comprato un alambicco e ci siamo divertiti a fare prove su prove di distillazione, finché, dopo tanti “minestroni”, abbiamo ottenuto un’acqua di rose meravigliosa. Oggi un laboratorio la produce per noi, insieme a un oleolita fantastico. A entrambi vengono aggiunti, per una maggiore efficacia, acido ialuronico, collagene e cellule staminali di rose Damascenese”.

Una sfida molto gratificante
La collezione di Damascene del Vivaio Anna Peyron conta per ora una decina di varietà, che seconda Saskia non dovrebbero mancare in un giardino o un terrazzo perché, seppur a fioritura unica, sprigionano una fragranza inebriante e si ammalano poco. La coltivazione per la produzione dei petali interessa invece solo quattro varietà molto antiche: ‘Kazanlik’, ‘Quatre Saisons’, Rosa x centifolia e ‘De Rescht’. Quest’ultima è una Damascena Portland, categoria derivata da un primo ibrido spontaneo asiatico, introdotto in Inghilterra nel 1845, fra R. gallica officinalis e ‘Quatre Saisons’. “Fioriscono in ondate successive a partire da fine aprile, per circa un mese. In genere riusciamo a fare due-tre raccolte per stagione”, racconta Saskia. “Sono momenti che mi piacciono da matti: entriamo nel campo all’alba, immergendoci in un mondo tutto rosa, profumatissimo, ognuno con un sacco di iuta appeso al collo. Quando, poche ore più tardi, ne usciamo, siamo come ubriachi, di sensazioni, odori, suoni e bellezza. Sì, questa nuova sfida ci gratifica molto“.
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