Numerose storie circolano a proposito delle opunzie o fichi d’India, di rado però quel che sappiamo rispecchia la verità. A cominciare dal nome e dalla rusticità.
Indice
I fichi d’India fanno parte del paesaggio mediterraneo, delimitano le masserie e i pascoli aridi, fungono da barriere frangivento, nascono spontanei tra incolti e ruderi e i loro frutti succosi arrivano sulla nostra tavola come concentrato di vitamine e solarità. Ma di loro sappiamo poco. A cominciare dall’origine, non l’India ma il Messico. Da dove la specie Opuntia-ficus-indica (il nome botanico risale al 1768) è partita alla conquista del mondo, ovunque il clima caldo e l’ambiente “disturbato” ne abbiano favorito la diffusione.
Oggi non c’è continente che non abbia un paesaggio in cui predomina, monumentale e inquietante, una popolazione di fichi d’India che ha scacciato la flora locale. Nella diffusione molto ha fatto la natura: ogni pianta produce migliaia di semi, che gli animali si incaricano di diffondere con le feci. Ancor di più fa l’uomo che ne ricava frutta, foraggio per gli animali, compost per rendere fertili terre povere. E il colorante carminio. La cocciniglia Dactylopius coccus che infesta questa specie e l’affine Opuntia stricta, infatti, una volta polverizzata fornisce sin dai tempi degli Aztechi una tintura rossa. E gli inglesi, che l’usavano per tingere le uniformi del loro esercito, su suggerimento del padre dei Kew Garden Joseph Banks, nel 1788 impiantarono una coltivazione di fichi d’India in Australia. Un terribile disastro ambientale per la diffusione che la pianta ebbe in un solo secolo.

I testi di ecologia ricordano l’introduzione di un insetto parassita delle opunzie come primo intervento riuscito di lotta biologica della storia. in 15 anni, attorno al 1930, grazie alla farfallina notturna argentina Cactoblastis cactorum in Australia furono sottratti ai fichi d’India ben 25 milioni di ettari di terra. Ma i fichi d’India sono anche altri, non invasivi e interessanti per scopi ornamentali.
Classificazione difficile
Anche della botanica dei fichi d’India e dei suoi consimili sappiamo poco. Appartengono alla famiglia delle Cactacee e al genere Opuntia, al quale sono ascritte 200 specie circa o, secondo altri, 360. Ma si è ancora lontani dalla classificazione definitiva, così si tende a considerare Opuntia come “macrogenere” che comprende molti generi (per esempio Tephrocactus, Austrocylindropuntia, Brasiliopuntia, Cylindropuntia, Miqueliopuntia…). Altri esperti classificano alcuni sottogeneri, di cui Platyopuntia è quello più numeroso e comprende il comune fico d’India.
Le specie hanno “pale” (in botanica cladodi) carnose, ovali, globose o cilindriche che sono fusti trasformati per resistere alla siccità. Le spine, più o meno sviluppate e colorate, raggruppate in areole, sono foglie trasformate. Alcune specie, per esempio O. microdasys, non hanno spine vere e proprio ma solo minuscoli e terribili aculei chiamati glochidi.

In altre specie, quale O. erinacea var. ursina, le spine sono tricomatose, ovvero trasformate in una sorta di “capigliatura” bianche che copre la vegetazione. Tutte producono grandi fiori gialli, rosa, arancioni e rossi con un ricco ciuffo di stami dorati al centro, seguiti da frutti ovoidali percorsi sulla buccia, a intervalli regolari, da gruppi di minuti aculei. Nella polpa succosa dei frutti, biancastra o rossastra, sono immersi centinai di semi. L’apparato radicale non è profondo, ma esplora il terreno in superficie con una fitta rete di radici secondarie.
Fico d’India: aspetto esotico, ma rustico
Quel che il giardiniere dovrebbe sapere è che sono numerose le opunzie in grado di vivere anche in climi a inverno rigido. Oltre trent’anni fa il vivaista di erbacee perenni Lorenzo Crescini si procurò i semi di una quarantina di specie negli index seminum degli orti botanici in giro per il mondo e scoprì che era facile far nascere nuove piante con una germinazione quasi del 100 per cento. Constato che, se piantate in ciotole di 35 centimetri di diametro con terriccio ghiaioso, le Opuntia erano in grado di superare gli inverni della pianura bresciana. O meglio: delle 40 specie iniziali un po’ più di 20 si sono adattate senza richiedere alcun accorgimento.

Dice Crescini: “Avevo constatato la perfetta resistenta a -10 °C, ma la volta in cui la temperatura è scesa a -17 °C non ho perso neppure una pianta. Vado sul sicuro con Opuntia compressa (sinonimo O. vulgaris od O. humifusa, naturalizzata qui e là anche nel Nord Italia) che regge -20 °C e anche con Opuntia fragilis che, a dispetto del nome, resiste sino a -25 °C”. Nel bolognese, Davide Contis ha fatto di più: da vivaista specializzato in cactacee ha realizzato un giardino di succulente in cui le opunzie sono protagoniste dal sapore estivo: allegre in fiore a fine primavera e affiscinanti tutto l’anno, anche sotto la neve.
Altri articoli che potrebbero interessarti
Fico d’India: la nostra guida alla coltivazione

Scopri nella nostra guida come coltivare il fico d’India in piena terra e in vaso.
Piante grasse da coltivare all’aperto tutto l’anno

Scopri nel nostro approfondimento le piante grasse da esterno resistenti al freddo, fiorifere, architettoniche e facili da coltivare.