Meno conosciuto di tanti altri giardini inglesi, Trebah Garden non è solo bellissimo, ma può diventare il manifesto di un modo diverso e contemporaneo di progettare.
Se la storia di Trebah Garden è simile a quella di altri celebri giardini della Cornovaglia – splendori vittoriani seguiti da tristi abbandoni e moderne rinascite -, la sua estetica è invece molto diversa, forse unica. Così come lo è, evidentemente, la concenzione che sottende, lontana dai vecchi e nuovi cliché del giardino inglese, da quei bordi misti e praterie fiorite che anche quando imitano il selvatico non perdono quasi mai la loro aria da prezioso ricamo.
Qui il giardino diventa paesaggio, plasma lo spazio attraverso scelte forti e decise, che portano a prevalere un numero limitate di specie massicciamente ripetute. Il risultato è meno compiacente, più selvaggio, anche perché per una volta tanto, gli arbusti tornano protagonisti e le architetture scompaiono dietro l’informalità generale. La vegetazione esotica ed eterogenea – a tratti pare di percorrere una gola del Sichuan, a tratti le sponde di un fiume cileno – si fonde in uno scenario naturale invetato sì, ma assolutamente plausibile. E più autentico che mai. Trebah è un posto senza tempo, antico e modernissimo, uno di quei rari Giardini con la maiuscola che sanno lasciare la parola alle piante e mostrarci un modo intelligente, affascinante e oggi incredibilmente poco battuto di pensare al giardino.

Una storia secolare
Il merito risale ai coniugi Fox, che lo crearono a inizio Ottocento: mentre nei dintorni i ricchi possidenti si accaparravano un esemplare per ogni nuova scoperta botanica, loro seppero selezionare. Così l’inevitabile gusto per il collezionismo non prevalse sulla visione complessiva del giardino: vennero piantati boschi di querce e faggi per riparare dal vento, acclimatati rododendri e camelie che sono la gloria primaverile di Trebah, come il mastodontico Rhododendron ‘Glory of Penjerrick’. Il giardino continuò a crescere fino alla seconda guerra mondiale, quando fu devastato da trincee, carri armati e da un reggimento di soldati americani che dalla spiaggia di Trebah, sulla foce del fiume Helford, si imbarcò per la Normadia. La ripresa non fu facile: negli acquitrini di fondovalle vennero messe a dimora centinaia di ortensie per venderne i fiori al mercato di Covent Garden. Quarant’anni fa il maggior Hibbert ne curò il recupero fondò il Trust che oggi lo possiede.

Trebah Garden: vedute di grande impatto
Il primo strepitoso colpo d’occhio è il bosco di felci arboree. Giganteschi esemplari di Cyanthea e Dicksonia dai tronchi scuri ricoperti di licheni emergono tra le brume autunnali, fiancheggiando rivoli d’acqua e cascatelle. Si racconta che le più vecchie Dicksonia antarctica del giardino siano arrivate per caso nel 1860, stipate come zavorre in alcune navi provenienti dall’Australia, e abbiano trovato in questa valle umida e temperata dalla corrente del Golfo l’habitat ideale. L’atmosfera primordiale e le dimensioni decisamente fuori scala continuano nella fascia delle gunere, bellissime pure ora, sulla soglia del disfacimento. Anche qui la quantità piacevolmente esagerata fa il suo, così come la possibilità di camminarci attraverso e non solo accanto.

Grandi e profumati cespi di Hedychium gardeneriaum e H. ‘Devon Cream’ costeggiano il rio, introducendo al regno delle ortensie. Grazie alla mitezza del luogo sono ancora le protagoniste di questa stagione, soprattutto le Hydrangea macrophylla e, tra queste, quelle a fiore blu: i trionfi di ‘Vicomtesse de Vibraye’, ‘Zorro’, ‘Ayesha’ o ‘Enziandom’ testimoniano con cromatica veemenza la marcata acidità del suolo. Si ripetono fitte per quasi un ettaro (il capo giardiniere Darren Dickey assicura che ci vuole più di un mese per potarle, a fine inverno): un magnifico magma che fluisce verso valle, riflesso nelle acque del piccolo lago e attraversato da un recente ponticello a mo’ di Giverny, utile senz’altro ma forse non così appropriato. Non mancano rappresentanze di tutte le altre specie, compresi vellutati sottoboschi di H. aspera che occhieggiano tra le davidie, e pure un lontano, raro parente. Dichroa febrifuga, dai mimeti fiori violetti a lacecap.
Fioriture autunnali
Al di là di questi scenari sensazionali il giardino d’ottobre rivela molte altre sorprese. Intorno al lago i viola di Strobilanthes attenuata e Tibouchina urvilleana raccolgono il testimone delle ortensie e le spighe rosso fuoco di Schizostylis coccinea punteggiano le rive. I clerodendri maturano le bacche blu metallizzato e le tantissime fucsie continuano imperterrite a sbocciare. Si accendono le chiome degli aceri giapponesi e dei Cercidiphyllum, mentre le api si affaccendano sui grappoli ancora fioriti dell’Ageratina ligustrina. Ciclamini napoletani (Cyclamen hederifolium) ricoprono le scarpate. Insomma, la varietà è estrema ma sempre ben dosata e non si perde mai l’equilibrio tra chi deve dominare e chi soltanto accompagnare. Un insegnamento, questo, che il mondo un po’ bulimico del garden design dovrebbe cercare di non dimenticare.
Per continuare il viaggio tra i giardini
Il laboratorio di un pioniere: il giardino di Karl Foerster a Postdam, in Germania

Un luogo che racconta la visione modernissima del vivaista e paesaggista: perenni e graminacee, stanze tematiche e spunti ancora attuali per giardini belli in ogni stagione. Scopri il giardino di Karl Foerster a Podstdam nel nostro articolo.
Amastuola, il vigneto-giardino disegnato dal paesaggista spagnolo Fernando Caruncho

L’Amastuola, a Massafra in Puglia, è un’antica masseria trasformata in uno spettacolare vigneto-giardino progettato da Fernando Caruncho per l’imprenditore Giuseppe Montanaro. Scoprila nel nostro articolo.