Nel parco di Villa Cimbrone, il rodologo Walter Branchi e la paesaggista Silvia Ghirelli hanno rinnovato un roseto che ospita un ricco catalogo di varietà antiche e moderne.
Una villa intrisa di storia su un promontorio roccioso a picco sul mare della Costiera Amalfitana, e tutto attorno, un parco monumentale di oltre sette ettari, parte del circuito Grandi Giardini Italiani. Siamo a Villa Cimbrone, a Ravello, un luogo che già a metà dell’Ottocento lo storico tedesco Ferdinand Gregorovius descrisse come “incomparabile, che sorge tra le rose e gli oleandri, su un altipiano da dove lo sguardo spazia nel mare“. Anticamente della famiglia patrizia degli Acconciajoco e poi dalle metà del ‘300 del casato dei Fusco, nel 1904 venne acquistata dal nobile banchiere Ernest William Beckett, Lord Grimthorpe.

Il nuovo proprietario rinnovò in modo radicale sia l’abitazione, sia i giardini, dando vita a un connubio straordinario tra lo stile paesaggista inglese e quello formale all’italiana. Cosa non deve essere stato nei primi decenni del secolo scorso questo luogo, meta degli ultimi esponenti del Gran Tour, tra cui persino Vita Sackville-West, scrittrice e giardiniera inglese, che pare abbia dato preziosi suggerimenti botanici, e la stessa Virginia Wolf.
Dopo un periodo di relativa decadenza a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, oggi Villa Cimbrone ha riacquistato il suo splendore grazie all’impegno della famiglia Vuilleumier, di antica tradizione alberghiera e qui dalla fine degli anni Sessanta, che ne ha trasformato una parte in hotel di charme. Tra il 2018 e il 2019 è stato avviato un nuovo ciclo di miglioramenti, con il rifacimento di alcune zone del parco, a partire dal viale che dall’ingresso porta alla terrazza del Belvedere e ai giardini a esso adiacenti. Si è passati quindi al restauro del roseto, collocato su una terrazza definita da grandi muraglioni di roccia, affidandone il progetto all’architetto paesaggista Silvia Ghirelli e al grande rodologo e musicista Walter Branchi.

Lo schema delle aiuole è stato mantenuto, mentre alcune delle rose presenti sono state spostate, altre eliminate, molte altre aggiunte. Lo spirito è stato quello di utilizzare non solo varietà storiche ma anche moderne, in virtù della loro rifiorenza. Come l’intero giardino, di cui ancora si stanno catalogando le tante specie presenti, il roseto è un work in progress: osservando come le rose si comportano e come è meglio gestirle nel clima della Costiera, rispetto all’impostazione iniziale ha infatti subito diversi aggiustamenti, grazie alla sostituzione di alcune rose con altre più adatte e resistenti. Sempre, in ogni caso, sono rispettati il desiderio di renderlo un sunto della storia della rosa e della sua ibridazione, il valore ornamentale e criteri di coltivazione sostenibile, in un clima che sta cambiando.

Roseto di Villa Cimbrone: tre sarmentose usate come festoni
Su uno schema preesistente, Silvia Ghirelli e Walter Branchi sono intervenuti con sapienza, affiancanti dai giardinieri fiorentini Fabio pescini (scomparso sei anni fa) e Teresa Monducci. Si è iniziato con l’apporto di nuova terra, fertile e pulita, il restauro dei bordi delle aiuole e l’installazione di un impianto di irrigazione a goccia. “Il progetto ha tenuto conto di una doppia esigenza: lo spettacolare e lo storico”, spiega Walter Branchi. “Sono quindi state scelte rose antiche e storiche, affiancate da moderne, soprattutto Inglesi, particolarmente rifiorenti”. Il catalogo delle storiche annovera la Damascena ‘Omar Khayyám’, la Bourbon ‘Souvenir de la Malmaison’ e R. x odorata ‘Pallida (sin. ‘Old Blush’), una delle Chinensis che hanno portato la rifiorenza alle rose europee. Quindi la rosa Tea ‘Devoniensis’, l’Alba ‘Maiden’s Blush’, una delle varietà europee più antiche del roseto di Villa Cimbrone, ‘Gruss an Aachen’, capostipite delle Floribunda risalente al 1909, e ibridi di Moschata come ‘Penelope’, ‘Cornelia’ e ‘Felicia’.

“Al momento della messa a dimora, però, mi sono ritrovato di fronte a un gruppo di rosai che non erano stati selezionati da me“, continua Walter Branchi. “Ho cercato, perciò, un’armonizzazione per portamento, colori e forme dei fiori tra questi e le rose che avevo scelto io”. La densità di piantumazione è stata di un metro quadrato in ogni direzione, in modo che le piante potessero compenetrarsi con eleganza e senza troppa invadenza. Infine, per conferire al disegno un senso di verticalità, nelle quattro aiuole principali del roseto più grande, nel Giardino della Meridiana, sono state poste delle catenarie, come grandi festoni che sostengono le sarmentose ‘Albertine’, ‘American Pillar’ e ‘Albéric Barbier”.
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