Le specie che coltiviamo nelle nostre case quasi tutte sono originarie delle regioni tropicali e subtropicali del mondo, dove crescono spontanee in natura. Gli ecosistemi di origine, ovvero foreste pluviali umide, savane o deserti, hanno caratteristiche molto diverse fra loro. Conoscere gli ecosistemi d’origine ci permette di scegliere le piante più adatte agli ambienti domestici in cui vogliamo collocarle. Oppure ci aiuta a ricreare in casa le condizioni più adatte (luce, umidità, temperatura…) per coltivarle con successo.
Ecco la nostra guida botanica alle essenze più comuni e alle zone climatiche da cui provengono.
Mappa climatica del mondo

Chiariamo subito un punto: le “piante da interno” non esistono; o meglio, altro non sono che specie esotiche, originarie di terre molto calde. Nei climi continentali devono essere coltivate al riparo, se non altro nei mesi invernali. Provenienti da ambienti subtropicali e tropicali, nell’Europa centro settentrionale hanno cominciato a furoreggiare fin dal loro primo arrivo, alla fine del Settecento. Scatenando l’interesse dei collezionisti, dei botanici e di chi poteva permettersele.
Palme, filodendri, monstere, banani, cactacee, orchidee e tante altre specie esotiche furono inizialmente accolte nelle imponenti conservatories, grandi e costose serre di ferro e vetro. Poi, verso la fine dell’Ottocento-primi del Novecento, in serre più piccole e verande accessibili anche al ceto medio.
Queste piante erano considerate preziosissime perché raccolte in natura e inviate via nave, con tutti i rischi del caso.

Gli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso le vedono nuovamente protagoniste delle nostre case. Ma questa volta inserite in salotti, soggiorni e ingressi, dalle caratteristiche ambientali poco idonee al loro benessere. Si tratta soprattutto di cocchi, filodendri, ficus, grandi cactus e palme Howea forsteriana (comunemente chiamate kenzie), veri e propri status symbol della casa borghese.
Diversa la situazione nell’Europa mediterranea, Italia meridionale e litoranea compresa. Qui le specie subtropicali e tropicali si sono potute ambientare nei giardini, conferendo loro un aspetto esotico dalle reminiscenze salgariane.
Oggi però, in conseguenza dei cambiamenti climatici, i luoghi favorevoli alla loro acclimatazione all’aperto stanno aumentando, raggiungendo latitudini e zone un tempo vietate. Per quanto riguarda la nostra Penisola, nelle città settentrionali come Milano e perfino Torino è ormai possibile coltivare, anche senza ricoveri e protezioni invernali, molte specie esotiche un tempo impensabili. Anzi, in alcuni casi sono diventate addirittura necessarie, per riuscire a far fronte ai recenti aumenti delle temperature estive.

Un grande ritorno
Dopo un lungo periodo di semiabbandono, negli ultimi anni stiamo assistendo al grande ritorno delle “piante da appartamento”. Che oggi sono utilizzate all’interno ma anche, dove il clima lo permette, nei giardini, nei cortili, su terrazzi e balconi. Tanti i motivi, fra cui l’offerta varietale più ricca e intrigante, i prezzi decisamente minori, i giovani sempre più appassionati al giardinaggio, necessariamente indoor. Racconta Giacomo Brusa, titolare del garden e vivaio Agricola Home&Garden, a Varese, e membro dell’Associazione Italiana Centri Giardinaggio (AICG): «Venticinque, trent’anni fa, questa tipologia di piante era quasi di menticata, mentre oggi il trend è nuova mente e fortemente in crescita.
Dello stesso parere Luca Recchiuti, del Vivaio Le Muse, presso Roma: «Sì, la richiesta sta aumentando. Piacciono soprattutto i filodendri un po’ “strani”, per esempio a foglia screziata, e le orchidee a fiore piccolo, variopinto e profumato, facili da coltivare».
Ed eccoci al punto dolente: come si fa a prendersi cura di queste piante esotiche con successo? «La cosa indispensabile è sapere da quale tipo di ambiente provengo no, per poi cercare di riprodurne le caratteristiche il meglio possibile», dice Mario Mariani, del vivaio Central Park. «Perché di foreste tropicali come di deserti ce ne sono di tipi anche molto diversi fra loro».
L’importanza delle origini
Qualche esempio in generale? Per le specie che provengono da deserti e savane ( luoghi torridi, asciutti, aridi e aperti) le difficoltà per la loro coltivazione in appar tamento sono la luminosità e le eventuali bagnature eccessive. Alzi la mano chi non ha mai fatto marcire una cactacea! Per quelle originarie delle giungle, che sono più o meno calde, piovose e ombrose, il problema è invece rappresentato dall’umidità atmosferica insufficiente e talvolta dalle temperature eccessive. Come nel caso delle piante originarie dell’ambiente più difficile di tutti, la foresta nebbiosa, che necessitano di un’umidità vicina al 100 per cento e di temperature fresche. È quindi necessario conoscere sia la zona geografica di origine, sia il tipo di ambiente e di nicchia ecologica in cui ciascuna specie e sottospecie vive in natura.
«Per esempio, vi sono le felci del genere Cheilanthes che crescono nei deserti del Nord America, ma all’ombra dei sassi e negli anfratti, assorbendo la condensa che si forma di notte grazie alla forte escursione termica», spiega Mariani.
«Mentre le felci Pyrrosia e Drynaria e alcune orchidee vivono sì nelle foreste tropicali, ma si sviluppano sui tronchi e sui rami degli alberi a 30-40 metri di altezza, quindi completamente esposte al sole e al di fuori dell’umidità della
canopea della giungla».
Un altro esempio di grande variabilità ambientale sono le begonie: le begoniette da davanzale, Begonia semperflorens, devono stare in pieno sole all’aperto; rustiche fino a 5° C, non possono vivere in casa. B. rexe varietà nei climi freddi vanno ricoverate in inverno e non hanno problemi con un’illuminazione domestica normale, mentre B. pavonina deve stare in un luogo scuro.
«Vi sono poi cactacee come le Rebutia e le Sulcorebutia che vivono a 4mila metri di quota sulle Ande, dove la temperatura notturna scende a zero gradi, ma quella diurna raggiunge i 40 °C, anche se il cielo è quasi sempre coperto dalla nebbia che sale dal Pacifico: da noi vanno quindi collocate in
ombra luminosa e in molte zone ritirate per l’inverno», conclude Mariani.