Erbacee annuali di facilissima coltivazione, gli amaranti accendono i giardini di fine estate con i loro colori esuberanti. E sono anche commestibili.
Coda di volpe, piuma di principe, spinacio cinese, testa di elefante, pianta-fontana… Gli amaranti si sono guadagnati soprannomi bizzari, in virtù dell’aspetto delle loro infiorescenze – cime erette o pendule, ampie o strette, nei toni del giallo, arancio, rosa, cremisi, rosso acceso, verde e bianco – e dell’uso alimentare del loro fogliame, grande e lussureggiante, anch’esso più o meno variamente colorato. Piante annuali di buon carattere e facilissima coltivazione, hanno una meravigliosa veste estiva-autunnale di lunga durata: il termine generico, Amaranthus, deriva infatti dall’aggettivo greco amaranthos, “che non appassisce”, poiché le loro cime vistose iniziano a sbocciare in luglio per proseguire fino a ottobre inoltrato.
Ne esistono circa sessanta specie, provenienti perlopiù dalle zone tropicali dell’Asia e dall’America centromeridionali. Fanno eccezione Amaranthus blitum, nativo del Mediterraneo, e A. retroflexus, nordamericano e ora diffuso allo stato spontaneo in Europa, Italia compresa. E non è l’unico a essersi naturalizzato altrove: anche il sudmaericano A. viridis, per esempio, da noi cresce ormai dappertutto, lungo le strade, negli incolti anche cittadini e nelle zone ruderali.

Alcune specie alloctone sono diventate perfino infestanti delle colture agricole, mentre altre costituiscono una notevole risorsa alimentare, nelle terre di origine e d’adozione, per semi come per le foglie, ricchi di proteine, calcio e sali minerali. A. blitum, per esempio, in Grecia, e a Creta in particolare, viene utilizzato come verdura cotta, alla stregua di biete e spinaci, mentre A. retroflexus è entrato nella cultura alimentare contadina del nostro Mezzogiorno, perlomeno in Calabria e in Lucania. Diverse specie centroamericane hanno fatto parte dell’alimentazione umana fin dai tempi dei Maya e degli Aztechi, assieme a mais, quinoa, fagioli e zucche, e tuttora sono coltivate in Messico e sulle Ande.
Amaranto bello e buono (anche per diete speciali)
Riscoperti e valorizzati dall’agricoltura industriale fin dagli anni Settanta del secolo scorso, molti amaranti sono oggi ampiamente coltivati in diverse zone del mondo, come Stati Uniti, Messico, India, Nepal, Cina, Romania e Africa. In particolare le coltivazioni di A. cruentus, A. caudatus e A. hypochondriacus hanno permesso lo sviluppo di un importante mercato per la granella, utilizzata nella preparazione di farine prive di zuccheri semplici, utili nelle diete per obesi e diabetici, e di un latte ricco di amminoacidi e calcio, ideale per l’alimentazione di bambini, anziani e intolleranti al lattosio. In Italia sono state condotte, anche di recente, ricerche e sperimentazioni nel Mezzogiorno e in Toscana, con risultati promettenti. “Gli amaranti sono definiti ‘pseudocereali’, come il grano saraceno (Fagopyrum esculentum) e la quinoa (Chenopodium quinoa)”, spiega Gabriele Rinaldi, direttore dell’Orto Botanico di Bergamo. “Noi ne abbiamo una ricca collezione, poiché studiamo le piante agroalimentari in tutta la loro biodiversità, per cui ne stiamo esaminando anche molte varietà e ibridi cosiddetti ornamentali, visto che sono tutti commeestibili e ricchi di proprietà, anche se questi ultimi hanno fioriture più scalari e producono meno granella”.


“Gli amaranti utilizzati nei giardini, soprattutto in Francia, Inghilterra, Germania e Stati Uniti sono frutto di una selezione genetica che coinvolge in particolare le specie tropicali” spiega Marco Gramaglia, del vivaio piemontese Fratelli Gramaglia, che li ha inseriti in catalogo anni fa. Le varietà derivate da A. tricolor, detto “spinacio cinese”, alte 80-180 centimetri, sono apprezzate soprattutto per i colori straordinari delle foglie, mentre quelle ottenute da A. caudatus, proveniente dall’Insia e soprannominato dai francese queue de renard, coda di volpe, per l’aspetto delle infiorescenze: lunghe una trentina di centimetri, arcuate, sottili o piumose, sono prodotte da piante alte 60-150 centimetri. Grandi pannocchie morbide ed erette, lunghe fino a un metro e in un’ampia gamma di colori, caratterizazno le cultivar ottenute da due specie sudamericane, A. cruentus e A. hypochondriacus, detto “piuma di principe” dagli inglesi. sono alte e larghe 2 metri le varietà del primo, 1-2 metri quelle del secondo.
“Vanno accostate ad altre erbacee estive-annuali“, consiglia Andrea De Paoli, del vivaio piemontese Gardenesque, “come ad esempio gaure, coreopsis, perovskie, cosmee, nicotiane, dalie e graminacee ornamentali, in bordure e aiuole in giardino e nell’orto, oppure in vasi sui terrazzi. Ai primi freddi gli amaranti muoiono, ma per i primi quattro-cinque anni si disseminano da soli con grande facilità”. Nulla vieta, nel frattempo, di raccoglierne e gustarne le gioveni foglie, mentre i semi saranno cibo prezioso per gli uccellini.
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