Designer di professione, giardiniere per passione, Diego Recchia ha trasformato il suo appartamento in un verdissimo atelier popolato da 200 specie.
Mi aspettavo una giungla, un luogo saturo di foglie, rami, fiori, dove a stento si fanno largo gli spazi vitali di un classico appartamento. E invece la casa-atelier di Diego Recchia, che comunque ospita circa 200 diverse specie vegetali, è un luogo ben calibrato, proporzionato e armonico, dove il verde si fonde gradevolmente con gli arredi di design e con i tutt’altro che scontati oggetti di casa.
D’altra parte spazio, forme, colori e texture sono il pane quotidiano di Diego, che di mestiere è designer e creativo – ha lavorato per alcuni importanti marchi, tra cui Tucano, Samsonite, Victorinox e Beretta – e docente di Ingegnerizzazione del Prodotto e di Design del prodotto presso l’ISIA Roma Design della Capitale. «Sono cresciuto nella campagna romana», dice, «e il verde ha fatto parte della mia vita sin da bambino. Ma ho girato il mondo per studio e lavoro e non ho mai avuto tempo di dedicarmi alle piante».

L’occasione però è arrivata, complici il lockdown e l’acquisto dell’appartamento milanese: un open space su due piani, di cui Diego si è subito innamorato, per la luce che lo invade, passando attraverso grandi finestroni. «I garden center erano tra le poche attività visitabili durante la pandemia», dice, «e mi ci recavo spesso. All’inizio solo per prendere una boccata d’aria, ma poi ho cominciato ad acquistare le piante che mi affascinavano per forme, pattern e tipo di crescita». All’istinto iniziale che lo spingeva ad alimentare una collezione spasmodica e caotica di cactacee, succulente, aracee, orchidacee è presto seguito un vivo interesse per conoscere quanto più possibile su ciascuna di queste piante. «Solo quando le ho classificate botanicamente, ne ho individuato il luogo d’origine e ne ho studiato esigenze e habita», spiega, «ho potuto cominciare a sperimentare, a usare cioè le piante come un materiale plastico e plasmabile, da assecondare o manipolare a seconda delle esigenze, per realizzare “nuove creazioni”».
Sulle pareti, quadri di piante
Puntuale, preciso e metodico, Diego considera le piante come elementi d’arredo viventi, che devono crescere in modo ordinato e organizzato, senza sfuggire al controllo e senza invadere gli spazi. Così ha iniziato a coltivarle utilizzando supporti insoliti. Ha sistemato per esempio le epifite, piante che in natura utilizzano altri vegetali per sostenersi, su plexiglas che diventano originali quadri viventi da appendere alle pareti. «Su lastre rettangolari sottilissime di questo materiale trasparente», spiega Diego, «ho adagiato un pezzo di tessuto igroscopico, sormontato da humus di lombrico e da uno strato di sfagno, dentro cui affondano le radici di piante di piccole dimensioni, come Dischidia ovata e Schlumbergera». La composizione è tenuta insieme da giri di filo di nylon e viene mantenuta in vita da periodiche immersioni in acqua. Per un effetto più rustico e naturale, al posto del plexiglas si possono anche utilizzare pezzi di corteccia.

Foto di Matteo Carassale
Piante più voluminose, come Philodendron atabapoense e Epipremnum pinnatum, si arrampicano invece sulle pareti, grazie a insoliti supporti tubolari. «Si tratta di canaline elettrice», spiega Diego, «che ho sezionato longitudinalmente, dipinto e riempito di sfagno, da mantenere umido facendo scorrere l’acqua dall’alto». Alla base del tubo un piccolo vaso accoglie le radici della pianta, raccogliendo anche l’acqua di scolo.
Radici che respirano
La sperimentazione di Diego è a tutto campo e riguarda anche la ricerca di nuovi substrati. Le piante acquistate in vivaio vivono dentro terricci costituitin quasi esclusivamente da torba, capaci di trattenere una grande quantità di acqua. Risultano perfetti per una crescita rapida e significativa dei vegetali, a patto che si verifichino condizioni ottimali di luce, umidità e temperatura, come quelle garantite in vivaio.
«A casa il microclima è molto diverso», spiega Diego, «le piante ricevono meno luce e la loro crescita rallenta, così come il fabbisogno d’acqua, spesso fornita in dosi eccessive». Per evitare che il ristagno di umidità favorisca lo sviluppo di muffe radicali, causa di rapido deperimento e morte della pianta, il substrato deve asciugarsi velocemente. Diego quindi sostituisce la torba, liberando delicatamente le radici, con un mix autoprodotto di 3 o 4 materiali inerti, scegliendo tra bark, pomice, zeolite, perlite, fibra di cocco, argilla espansa e lapillo vulcanico, che vengono dosati in proporzioni diverse, a seconda delle esigenze delle diverse specie.

«Se è richiesta una maggiore umidità, come nel caso delle begonie», spiega, «utilizzo una maggiore quantità di sfagno e vermiculite. Al contrario per ottnere substrati che si asciugano rapidamente, perfetti per philodendron e monstera, aumenta la percentuale di bank e pomice. Non utilizzo mai, invece, il terriccio universale, fatta eccezione per il mix con sabbia preparato per le cactacee che coltivo sul terrazzo». Il nutrimento è garantito da concimi idrosolubili a base di acidi umidi e alghe, e da humus di lombrico, che tuttavia va usato con moderazione poiché può rendere il terreno troppo ricco e compatto, compromettendo aerazione e drenaggio.