È nato sul terreno di una grande masseria abbandonata ed è un felice esempio di agricoltura-giardino. Voluto da un industriale illuminato, è stato disegnato dal paesaggista spagnolo Fernando Caruncho, con vitigni internazionali e autoctoni
Otto anni ta era una distesa di terra abitata da ulivi secolari improduttivi, mandorli e peri selvatici, con la macchia mediterranea che aveva preso il sopravvento. Oggi l’Amastuola è un vigneto-giardino tra i più belli d’Europa, dove i filari di vite non sono disposti nelle solite file dritte e parallele, ma disegnano morbide onde, come fossero tracciate da un rastrello gigante, che si susseguono per circa tre chilometri. Siamo in Puglia, nel comune tarantino di Massafra. L’artefice di questa felice trasformazione del paesaggio è Giuseppe Montanaro, imprenditore nel settore del ferro che al posto dei quadri di valore ama collezionare antiche masserie.

Quella dell’Amastuola ha due caratteristiche che le danno valore aggiunto: si trova su un pianoro a 220 metri sul livello del mare, dunque in posizione panoramica, ed è immersa in un’area ricca di importanti reperti archeologici. Nel 2003 Montanaro acquista sia l’imponente masseria, abbandonata da 40 anni, sia i 170 ettari di terreno tutto attorno, dove decide di creare un grande vigneto. «Sì, un progetto audace», racconta, «ma proprio per questo ho subito sentito il bisogno di affidarlo a un paesaggista che avesse esperienza. Mi sono consultato con alcuni amici e dopo una serie di ricerche abbiamo trovato la persona giusta».
Che è Fernando Caruncho, paesaggista spagnolo di grande sensibilità e cultura. Caruncho visita la tenuta in una fredda mattina d’inverno: «Ricordo ancora quel momento», racconta, «cadeva la neve mentre osservavo il paesaggio. Dal punto più alto della masseria mi sembrava di vedere mondi e vite, pensieri e idee delle generazioni che si erano susseguite dalla Grecia di Parmenide ai giorni nostri. Vedevo danzare quei fiocchi di neve come note musicali, come accordi che si univano e fluttuavano in una sorta di pentagramma temporale. Due mesi dopo, da quella sensazione è arrivata l’idea del vigneto a onde, onde del tempo che attraversano questo luogo fin dall’antichità». Montanaro ne è entusiasta e subito partono i lavori. C’era il problema degli ulivi secolari, 1.500 esemplari bellissimi per i tronchi scultorei, ma del tutto improduttivi.

L’idea di abbatterli per farne legna da ardere era inaccettabile, così Caruncho e Montanaro decidono di trapiantarli, distribuendoli qua e là all’interno del vigneto, a formare una ventina di isole. Poi si passa allo scasso del terreno e a una generosa concimazione, e si restaurano i nove chilometri di muretti a secco semidistrutti presenti nella tenuta.
Nell’impianto del vigneto, per fare in modo che le onde fossero più precise possibile si è utilizzato un doppio navigatore Gps: un progetto d’avanguardia. Sono state scelte undici diverse varietà di vite e l’impianto è stato concepito in modo da poter effettuare la maggior parte delle lavorazioni in modo meccanizzato. Altra scelta importante, quella di coltivare il vigneto secondo i metodi dell’agricoltura biologica: «La nostra è la più ampia superficie biologica d’Italia», dice con orgoglio Montanaro, «e grazie alla posizione ventilata, abbiamo avuto la bella sorpresa di scoprire che i patogeni che di solito attaccano le viti da noi non ci sono. Dunque riusciamo a fare un vino con uve sane e perfettamente mature».
