Al Jardin d’ètè ad Arles, in occasione del festival internazionale di fotografia, cinque artisti sono riuniti nella mostra Flower Power: un invito a riflettere, attraverso la fotografia contemporanea, sul potere dei fiori, andando oltre la superficie e la loro innegabile bellezza.
Flower Power. Uno slogan che tutti avranno sentito almeno una volta nella vita o letto su una t-shirt. Il termine, attribuito al poeta americano Allen Ginsberg, tra i più importanti esponenti della Beat Generation, significa letteralmente “potere dei fiori”. L’espressione venne utilizzata per identificare la cultura pacifista e controculturale sviluppatasi negli Stati Uniti nella seconda metà degli anni Sessanta, in opposizione alla guerra del Vietnam e a favore di un mondo fondato sulla non violenza e sull’amore libero. Oggi questo termine dà il titolo a una delle mostre fotografiche dei Rencontres d’Arles, festival internazionale di fotografia che si tiene ogni anno, tra luglio e settembre, nella cittadina di Arles, nel sud della Francia.
Nel corso del tempo, i fiori hanno assunto innumerevoli significati, intrecciandosi non soltanto con la cultura pacifista, come avvenne negli anni Sessanta, ma anche con le più disparate forme d’arte e di espressione, dalla musica al cinema, fino alla moda. Da Fiori rosa, fiori di pesco di Lucio Battisti alla più contemporanea Sunflower di Harry Styles, dall’iconica camelia di Chanel all’ultima sfilata di Dolce & Gabbana, ambientata nel parco botanico Radicepura e caratterizzata da peonie giganti e fiori dalle forme monumentali, il mondo floreale appartiene a un immaginario collettivo capace di attraversare ambiti differenti, uscendo dai confini di parchi e giardini.
La mostra nel Jardin d’été, curata da Beata Nowak e Michel Poivert con le opere di cinque artisti internazionali — Suzanne Lafont, Jiang Zhi, Matei Bejenaru, Alice Pallot e Anaïs Tondeur — propone una rinnovata interpretazione del tema floreale. Non più soltanto estetica e ricerca del bello, ma il desiderio di utilizzare i fiori come strumenti di riflessione ecologica, politica e storica.
Dall’erbario contemporaneo di Suzanne Lafont ai fiori infuocati di Jiang Zhi
La fotografa francese Suzanne Lafont, con il progetto Nouvelles espèces de compagnie (Nuove specie consociate), trasforma le piante spontanee raccolte lungo le strade di Bordeaux negli elementi di un erbario contemporaneo. Mettendo in discussione la distinzione tra la natura spontanea, spesso considerata infestante o priva di valore, e quella ritenuta degna di attenzione, la fotografa propone una riflessione sull’impatto dell’essere umano sull’ambiente e sulle conseguenze dei cambiamenti climatici.

Prendono fuoco, invece, i fiori del fotografo cinese Jiang Zhi. Nella serie Love Letters, realizzata tra il 2010 e il 2014, diverse varietà floreali, tra cui orchidee Phalaenopsis, gigli e rose, vengono avvolte e consumate dalle fiamme. Catturando il breve istante in cui il fuoco e i petali coesistono, prima della distruzione, Zhi evoca la fragilità della vita e dell’amore, simboleggiata dai fiori, insieme alla passione e alla perdita, rappresentate dal fuoco.

Flower Power: dalla Terra dei Fuochi raccontata da Anaïs Tondeur alla serie “Models” di Matei Bejenaru
Al fuoco si ispira anche il progetto Fleurs de feux, letteralmente “Fiori di fuoco”, realizzato dalla fotografa francese Anaïs Tondeur in territorio italiano. In questo caso, tuttavia, l’elemento assume un significato decisamente più drammatico. Il lavoro nasce nella Terra dei Fuochi, l’area compresa tra le province di Napoli e Caserta in cui l’incenerimento e l’interramento illegale di rifiuti tossici hanno contaminato il terreno.
L’artista ha studiato diverse specie botaniche, tra cui Parietaria officinalis (in foto), che continuano a crescere in questi suoli e che potrebbero contribuire alla rigenerazione dell’ambiente. Per realizzare le immagini, Tondeur utilizza una tecnica sperimentale chiamata fitografia: la pianta non viene sradicata, ma posta direttamente a contatto con una superficie fotosensibile. Le sostanze presenti nei vegetali, come i fenoli, sono così in grado di lasciare sul supporto un’impronta fotografica diretta. L’obiettivo, oltre a sensibilizzare il pubblico sui problemi ecologici del territorio, è mostrare come le piante non siano semplici “oggetti” da osservare, ma esseri viventi di cui prendersi cura e con i quali stabilire una relazione.

Sembra invece un dipinto Models_01: Theobroma cacao L., opera del fotografo rumeno Matei Bejenaru, che con la serie Models documenta modelli vegetali realizzati a mano. Quelle osservate nei suoi scatti non sono quindi piante vere, ma esemplari costruiti in carta, cartone e plastica, acquistati in Germania negli anni Ottanta dall’Università Alexandru Ioan Cuza di Iași.
Nella fotografia di grande formato è raffigurata una riproduzione fedele della pianta del cacao, il Theobroma cacao, albero sempreverde i cui semi costituiscono l’ingrediente principale per la produzione del cacao. Attraverso queste immagini ci immergiamo in un mondo nel quale realtà e finzione sembrano sovrapporsi fino a diventare quasi indistinguibili. Lo spettatore è così invitato a osservare con maggiore attenzione ciò che ha davanti, nel tentativo di comprendere che cosa sia autentico e che cosa, invece, sia artificiale.

La schiuma dei fiori: le riflessione ecologica nelle fotografie di Alice Pallot
Infine, si torna a parlare di ecologia con le opere della serie Oasis dell’artista Alice Pallot, una riflessione sulla coltivazione e sul commercio dei fiori recisi e sull’inquinamento industriale che ne deriva. Il titolo fa riferimento alla schiuma verde chiamata Oasis, un materiale molto diffuso nel settore del floral design, utilizzato per mantenere fresche e ferme le composizioni floreali. Questa schiuma, tuttavia, è composta da plastica e non è biodegradabile.

Le fotografie realizzate da Pallot mostrano frammenti del materiale mescolati a piante acquatiche e lenticchie d’acqua, mettendo in evidenza le contraddizioni tra creatività, consumo e danno ambientale. Il fiore, tradizionalmente associato alla bellezza e alla natura, diventa così il punto di partenza per interrogarsi sulle conseguenze ecologiche delle attività umane e sui materiali impiegati per rappresentarlo e conservarlo.