Scopriamo il “non-giardino” della Fondazione Prada: una presenza verde discreta e attenta alle dinamiche ecologiche della città e della flora urbana, attraente in ogni stagione dell’anno.
Milano, periferia sud, vecchie fabbriche e nuovi edifici: in un contesto così non ti aspetti un giardino e infatti, per una volta, un giardino non c’è. La vegetazione della Fondazione Prada, a fianco di quello che era lo scalo ferroviario di Porta Romana, è minima, defilata, anomala. Il contrario del trionfo verde che ammanta l’architettura contemporanea per consacrarne la sostenibilità. Qui, dove la coscienza ambientale è etica quotidiana, si è percorsa una strada diversa e per provare a spiegarla ci siamo issati, imbragati, sul tetto del Cinema Godard, al centro del polo d’arte creato nel 2015 da Miuccia Prada e progettato da Rem Koolhaas a partire dall’ossatura di un’antica distilleria. Il tetto non è visitabile e le piante che vi crescono sono a malapena visibili dal basso; per salirci abbiamo approfittaot di una giornata di manutenzione.
Questo sguardo ravvicinato è utile per capire e raccontare, ma la giusta prospettiva, l’unica possibile per il pubblico, è dall’alto delle due torri che caratterizzano il complesso. Da lassù si vedono il rettangolo verde del tetto, gli alberi nei cortili e, oltre alla Fondazione, lo scalo abbandonato, dove il selvatico sta scomparendo per lasciare posto al nuovo villaggio olimpico, e altri frammenti incolti nel tessuto urbano circostante. Così è facile immaginare che siano tessere di uno stesso mosaico, brandelli di una natura non pianificata che sopravvive più o meno clandestinamente negli anfratti della città.
Siamo di fronte a una tra le più avanzate esperienze di “terzo paesaggio” (per dirla con Gilles Clément) in Italia, un Paese in cui la convivenza con piante cresciute al di là delle nostre intenzioni e senza precise funzioni resta rivoluzionaria.

Alberi tra passato e presente: i cortili
I cortili della Fondazione sono spazi iper-minerali, che rivelano senza mistificazioni la storia e l’uso attuale. Nessun prato, ma griglie metalliche rialzate coprono il terreno garantendo i drenaggi. In questo grigio prevalente, qualche chioma centellinata. un filare di gelsi secolari, un tiglio, due fichi. Sono le uniche vegetazioni e il contrasto con l’ambiente rarefatto ne esalta il valore di esemplari: se oggi anche gli alberi sono massificati, qui recuperano la loro individualità e vien da soffermarsi davanti a ciascuna “testa” ben potata di gelso. Sembrano preesistere alla Fondazione, ma non è così: sono stati inseriti nel 2015 dalla paesaggista Maria Teresa D’Agostino insieme a Miuccia Prada, scegliendo con cura posizioni (davanti alle facciate antiche) e portamenti.
La chioma sbilanciata di un fico per esempio, “a colpo di vento” dice D’Agostino, simula un annoso rapporto col muro retrostante. Gli alberi fungono da accenni al passato del luogo, alle sue trasformazioni: i gelsi rimandano all’origine agricola, il tiglio sarebbe il superstite di un verde industriale d’inizio Novecento e i fichi una presenza spontanea conservata per i frutti. Il minimalismo della proposta scaturisce da una vasta ricerca in altri siti abbandonati o convertiti, e delinea un metodo – conoscere il più possibile per selezionare il più possibile – che sottende l’intero progetto. Nessuna didascalia spiega la genesi: l’implicito, il non detto, contribuiscono a rendere plausibile la scena e lasciano il visitatore libero di assimilarla.

Piante in movimento: il tetto verde
Il tetto del Cinema Godard continua questo gioco di verosimiglianze e simula la vegetazione spontanea che colonizza i luoghi abbandonati. È l’epilogo della storia sussurrata sotto, nei cortili, e il risultato di perlustrazioni e inventari a Porta Romana e non solo. Nasce con una contraddizione originale: “incolto coltivato” lo definisce D’Agostino, selvatico e progettato, naturale e artificiale. Lo si capisce soprattutto d’inverno, quando emerge la trama ben cadenzata degli unici arbusti presenti, sambuchi e Rhus glabra, scelti questi ultimi in sostituzione dell’ailanto (le cui radici, nei 60 centimetri di terra a disposizione, avrebbe compromesso la soletta).
Questa ambiguità serve allo scopo, che non è solo quello di generare consapevolezza sul verde marginale delle città e sul suo valore in biodiversità, ma anche di educare a forme alternative di bellezza e giadinaggio. Scoprire che simili garbugli possono essere attraenti e con solo quaclhe intervento di pulizia e diradamento l’anno (qui uno per stagione) non aiuta a guardare più benevolmente l’anarchia vegetale, a rendere la coesistenza un po’ più normale?
Una botanica in continua trasformazione
Ogni stagione ha il suo colpo d’occhio. Protagonisti dell’inverno sono le euforbie e i rami nudi degli arbusti, piantati (come tutto) dal vivaio G.B. Mauri e molto cresciuti grazie alla subirrigazione che li assiste d’estate. In primavera, tra i bianchi sambuchi e i verdi acidi delle euforbie, una distesa di rosette comincia il suo spettacolo: i rosa di Allium suaveolens e cardo mariano, i viola di Ajuga reptans, Salvia pratensis e Echium sp., i rossi dei papaveri. Tra camomilla e Galium verum maturano le graminacee e alla loro selezione ha contribuito Valter Angeli, durante la sua collaborazione con i Vivai Valfredda: oltre a Calamagrostis x acutiflora o Deschampsia cespitosa meno note Anemanthele lessoniana e Arrhenatherum elatius.
Molte specie erano spontanee nel vicino scalo ferroviario, altre sono state aggiunte anche grazie ai consigli di Lino Zubiani di Flora Conservation, come ad esempio Sesleria pichiana o centauree straordinariamente resistenti. Le spighe brune dei rumex punteggiano l’estate insieme a Baptisia australis e Dianthus carthusianorum e il vermiglio dei rhus è l’essenza dell’autunno, in contrasto con i secchi paglierini. Ma qualsiasi catalogo sarà sempre incompleto, perché alcune piante scompaiono (come, inaspettattamente, il rovo tappezzante, Rubus tricolor), altre si fanno vedere ad anni intermittenti (come Malva sylvestris var. mauritiana) e nuove “pioniere” arrivano in continuazione. Calendule, achilee o i cespi del giavone (Echinochloa crus-galli) ne sono alcuni esempi. Così, si narra, finora non c’è mai stata una stagione identica alla precedente.

Un’oasi per il futuro
La stessa metamorfosi avviene nel parcheggio a disposizione dei visitatori della Fondazione. Oltre ai piantini in vaso anche qui è stato seminato un prato fiorito ricco di festuca, saguisorbe, artemisie. Col tempo sono arrivati non solo verbaschi, ma buddleje diventate enormi e qualche ailanto. Questa libertà – le piante arrivano, si muovono alla ricerca di umido e luce, si espandono o ritraggono come onde, se ne vanno – non è assoluta, perché c’è una regia minima che interviene quando la predominanza eccessiva attenta alla diversità. Eppure non siamo già oltre la ricostruzione? L’incolto fittizio non è ormai diventato reale? Ciò che è capitando nello scalo di Porta Romana – dove il cantiere olimpico ha cancellato il selvatico, che sopravvive invece negli spazi della Fondazione (come un “Arca di Noè”, osserva D’Agostino riportando il commento dell’architetto milanese Nina Bassoli) – forse basta a rispondere.